Nel 1191 Federico I Barbarossa concesse il Forte di Gavi ai genovesi
Documenti storici testimoniano che il 'castello' sostenne attacchi da parte degli Ungari (899 d.C.) e successivamente dei Saraceni (930-935 d.c.) che arrivarono a Gavi attraverso il fiume Scrivia, dopo aver distrutto Genova; da allora la parte est del monte fu denominata 'dei Mori'.
Genova, intanto, iniziava la sua ascesa di gloriosa potenza marinara, sviluppando traffici e commerci: già nel 1100 essa si era costituita quale libero comune con ampie autonomie municipali; lo stesso castello di Gavi, per un lungo periodo, fece parte delle fortificazioni genovesi, nate dall'esigenza di espansione verso i monti.
In quegli anni le vicende politiche italiane erano animate dalle lotte tra i Comuni di recente costituzione che si consideravano ormai piccoli stati indipendenti e combattevano tra loro per allargare ognuno il proprio dominio, assicurarsi le vie del commercio e predominare sui rivali.
In tale quadro politico si colloca la lotta dell'Imperatore svevo Federico I, detto il Barbarossa, contro i Comuni, nel suo intento di arrestare la decadenza dell'Impero e di restaurarne il prestigio. Drante una spedizione in Italia (1174-1177) l'esercito imperiale fu duramente sconfitto, nella battaglia di Legnano, dalle milizie della Lega Lombarda, federazione dei liberi Comuni italiani, cui aveva aderito anche Genova: in questa occasione il Barbarossa scelse il castello di Gavi quale rifugio per la moglie Beatrice ed il figlio Enrico.
E fu proprio costui, diventato imperatore alla morte del padre, che, nel 1191, donò in feudo il Castello ai genovesi, in cambio di aiuti militari in Sicilia.
Da allora il maniero fu oggetto di continui attacchi proprio per la sua posizione militare strategica fino a quando nel 1202, con atto ufficiale stipulato nella chiesa di S. Giacomo di Gavi, il marchesato passò alla Repubblica di Genova.
Durante il secolo XIV, Genova fu dilaniata da battaglie interne e esterne, che causarono lentamente la sua decadenza, soprattutto contrasti tra i nobili, divisi tra le opposte fazioni dei ghibellini Doria e Spinola e dei guelfi Fiesche e Grimaldi, contrasti tra i nobili e la borghesia marinara, e contrasti tra quest'ultima e il popolo.
Da questa instabilità di regime politico la città cadde sotto il dominio della potente famiglia Visconti, duchi di Milano, i quali già si erano impossessati di Ovada, Gavi, Capriata nell'intento di assediare e conquistare la Repubblica di Genova.
Dopo un periodo di tranquillità, intorno alla metà del secolo XIV, si risvegliarono le ostilità per il dominio del territorio: il Castello, dopo alterne vicende, passò ai Francesi fino al 1411, anno in cui fu venduto per 15.000 fiorini al capitano di ventura Facino Cane; successivamente, nel 1413, Genova lo riacquistò per 10.000 fiorini.
In seguito a nuove lotte tra Genova e Milano, Gavi e il suo castello ritornarono ai Visconti: ne sono testimonianza i grossi stemmi della Repubblica di Genova affiancati ai biscioni viscontei che si notano ancora accanto all'accesso della porzione più antica del maniero, l'attuale 'alto forte'.
La seconda signoria dei Visconti durò dal 1418 al 1476; in tale periodo essi cedettero il castello in feudo, nel 1436, ai Fregoso prima e, nel 1476, alla famiglia dei conti Guasco di Alessandria, che mantenne l'investitura fino al 1528.
Iniziò così un lungo periodo di pace e tranquillità interrotto solo dalla guerra con i Franco-Savoiardi, durante la quale si operò soprattutto alla ricostruzione delle difese.
Risale a questo periodo una prima descrizione e rilievo del castello di Gavi, realizzati da Carlo Morello e fu appunto in questi anni che assunse vero e proprio carattere di fortezza, a seguito dei lavori di ampliamento progettati dall'ingegnere in arte militare Gaspare Maculano, noto come frà Vincenzo da Fiorenzuola.
Questi proponeva di adattare il fortilizio al luogo ove esso sorgeva, modificandone l'originaria forma: a tal fine progettava di abbassare la parte vecchia, allargando il fronte verso Monte Moro, costruendo poi nuove mura esternamente al vecchio recinto, così che il vecchio castello diveniva il 'maschio' delle fortificazioni. Tutti i lavori tendevano ad aumentare la sua capienza, portandola da 60 a 900 uomini, e rendendolo inaccessibile da ogni parte.
Nel 1673, dopo un lungo periodo di sospensione dei lavori, si iniziarono gli interventi di fortificazione del Monte Moro, su progetto dell'ing. Ansaldo de Mari. Le opere vennero però completate molto più tardi, dall'Arch. Pietro Moretini nel 1727 per volere di Gian Luca Spinola, marchese di Gavi. Successivamente, tra il 1742 e il 1746, tali fortificazioni vennero, insieme a quelle della fortezza, ulteriormente ampliate.
Nel 1746, durante la guerra di successione d'Austria, il Forte fu attaccato dal generale Piccolomini, resistendo per dieci giorni e arrendendosi solo su ordine di Genova che, a sua volta, si era già arresa agli Austriaci.
L'ultima battaglia, di cui fu teatro la fortezza, si riferisce al periodo napoleonico. Infatti essa fu l'unico caposaldo francese in Italia a non capitolare agli Austro-Russi prima della vittoria di Napoleone a Marengo, il 14 giugno 1800.
Il corso Bernardino Poli, comandante francese a Gavi, dopo una resistenza ad oltranza contro le forze inglesi di Bentick nel 1814, consegnò il Forte a questi ultimi.
Nel 1815, soppressa la Repubblica di Genova, l'intero territorio genovese e le fortificazioni vennero trasferite sotto il dominio del Re di Sardegna, Vittorio Emanuele I; da quel monento Gavi fece parte della provincia di Alessandria.
( Tratto da Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici, Regione Piemonte )
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La sua caratteristica principale è il delicato equilibrio dei componenti in un perfetto complesso di tenue sensazioni ed armoniosa compostezza.
Durante la battaglia di Marengo fu molto apprezzato da Napoleone Bonaparte e dai suoi generali.
E' un bianco secco di colore giallo paglierino con sfumature verdoline, dal profumo fresco e delicato, con un sapore secco ed una lieve punta d'amarognolo, più o meno pronunciata, a seconda della zona di provenienza.
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